Una Setta !

*La "SETTA" di cui parlano i tuoi amici*

C’è chi guarda un gruppo di Capoeira e pensa che sia una specie di setta, semplicemente perché vede persone che condividono molto più di un allenamento. Si a

*La "SETTA" di cui parlano i tuoi amici*
C’è chi guarda un gruppo di Capoeira e pensa che sia una specie di setta, semplicemente perché vede persone che condividono molto più di un allenamento. Si aiutano, si cercano, trascorrono del tempo insieme, affrontano difficoltà e festeggiano i successi degli altri come se fossero anche i propri. E allora, soprattutto tra gli amici di amici che praticano Capoeira, nasce il sospetto: perché sono così uniti? Perché fanno tante cose insieme? Cosa c’è dietro questo legame?
Forse la risposta è molto più semplice di quanto si immagini: non stanno costruendo qualcosa di strano, stanno cercando di recuperare qualcosa che la società ha lentamente dimenticato. La comunità.
Per secoli, il senso di comunità ha rappresentato una parte fondamentale della vita umana. Le persone si sostenevano, condividevano responsabilità e cercavano di affrontare insieme le difficoltà dell'esistenza. Non perché fossero tutte uguali, non perché andassero sempre d’accordo, ma perché avevano compreso che vivere insieme significava anche prendersi cura gli uni degli altri.
Oggi, invece, sembriamo sempre più impegnati a dividerci. Ci dividiamo per ideologie politiche, convinzioni religiose, appartenenze sportive, differenze culturali e persino per il modo in cui interpretiamo il mondo. Abbiamo trasformato ogni differenza in una possibile ragione di separazione, dimenticando che, prima di appartenere a una categoria, siamo persone. Persone con bisogni, fragilità, aspirazioni e paure spesso molto simili.
In questo processo abbiamo perso di vista un principio elementare: il buon senso e il rispetto reciproco dovrebbero precedere qualsiasi appartenenza. Volersi bene, o almeno partire dalla disponibilità a rispettarsi e a comprendersi, dovrebbe essere il punto di partenza di ogni relazione umana. Non un premio da concedere a chi la pensa come noi, ma una possibilità da offrire all'altro prima ancora di sapere se sarà in grado di ricambiare.
La Capoeira, quando viene vissuta nella sua dimensione più profonda, può diventare uno spazio in cui recuperare tutto questo.
Non è soltanto una disciplina fatta di movimenti, musica, tecnica e abilità fisiche. È un luogo d'incontro in cui persone diverse imparano a stare insieme, a riconoscere i propri limiti, a sostenere quelli degli altri e a comprendere che la crescita individuale non deve necessariamente avvenire a discapito di qualcun altro.
È la possibilità di costruire una famiglia che non dipende da un cognome, da un legame di sangue o da uno stato di famiglia. Una famiglia scelta, costruita nel tempo attraverso la presenza, la condivisione, le responsabilità e la volontà di esserci anche quando sarebbe più comodo pensare soltanto a se stessi.
Naturalmente, questo non significa che tutti debbano restare o che ogni persona sia destinata a trovare il proprio posto nello stesso gruppo. Alcuni arrivano, partecipano per un periodo e poi se ne vanno. Altri non riescono a riconoscersi nello spirito della comunità, nelle sue dinamiche o nel modo in cui vengono costruiti i rapporti. È normale. Nessun gruppo può essere adatto a tutti, così come nessuna comunità può pretendere di piacere a ogni persona che ne attraversa la porta.
Ma il fatto che qualcuno non si senta integrato non significa necessariamente che il gruppo sia sbagliato. Allo stesso modo, il fatto che un gruppo sia molto unito non significa che sia chiuso o che nasconda qualcosa.
A volte, semplicemente, alcune persone hanno trovato un modo di stare insieme che funziona per loro.
E quando un gruppo sviluppa una forte coesione, può apparire incomprensibile a chi osserva dall'esterno. Si scambia la solidarietà per dipendenza, la condivisione per esclusività, la disponibilità per un interesse nascosto. In una società abituata a chiedersi continuamente «Che cosa ci guadagno?», vedere qualcuno che aiuta un'altra persona senza calcolare immediatamente il proprio tornaconto può persino generare sospetto.
Perché siamo diventati così abituati all'opportunismo da faticare a riconoscere la generosità quando la incontriamo?
Esiste una differenza enorme tra aiutare qualcuno perché ci aspettiamo qualcosa in cambio e aiutarlo perché troviamo un autentico piacere nel renderci utili. Nel primo caso, l'aiuto diventa una transazione: io do, tu restituisci. Nel secondo, diventa una scelta: oggi posso esserci per te, senza trasformare la tua difficoltà in un debito da riscuotere domani.
Questo non significa che una comunità debba essere composta da persone disposte a dare senza limiti, né che l'aiuto debba diventare un obbligo. Significa, piuttosto, comprendere che una relazione autentica non può essere misurata soltanto attraverso il bilancio di ciò che ciascuno riceve.
La vera ricchezza di una comunità non è quanto ciascuno riesce a ottenere dagli altri, ma quanto le persone riescono a costruire insieme senza sentirsi continuamente in competizione.
Eppure, sarebbe ingenuo immaginare che tutto questo funzioni sempre senza difficoltà. Anche nei gruppi più uniti esistono incomprensioni, gelosie, discussioni, differenze caratteriali e momenti in cui qualcuno si sente poco considerato. Non si vive costantemente in armonia, e non è necessario fingere il contrario.
La coesione non consiste nell'essere sempre d'accordo. Consiste nel riconoscere che un disaccordo non deve necessariamente trasformarsi in una rottura, che una difficoltà può essere affrontata e che una persona non perde automaticamente il proprio valore quando sbaglia.
Una comunità sana non è quella in cui tutti si vogliono bene ogni minuto della giornata. È quella in cui, nonostante le differenze e le inevitabili tensioni, si continua a lavorare per qualcosa che supera il singolo individuo.
Ed è proprio questo senso comune che sembra diventato sempre più raro.
Siamo immersi in una cultura che ci invita a essere protagonisti della nostra vita, ma spesso confonde l'autonomia con l'autosufficienza e l'autorealizzazione con l'indifferenza verso gli altri. Ci viene insegnato a proteggerci, a distinguerci, a emergere, a difendere il nostro spazio. Molto meno spesso ci viene ricordato che la nostra vita acquista significato anche attraverso ciò che rendiamo possibile nella vita degli altri.
Così, quando qualcuno incontra un gruppo in cui le persone si aiutano, si sostengono e cercano di mantenere un legame anche al di fuori dell'attività che le ha fatte incontrare, può non avere gli strumenti per interpretarlo. E allora utilizza le categorie che conosce: dipendenza, chiusura, fanatismo, setta.
Ma forse la domanda dovrebbe essere un'altra: siamo davvero sicuri che il problema sia il gruppo che riesce a creare legami, oppure dovremmo interrogarci su una società nella quale questi legami sono diventati così rari da sembrare sospetti?
La Capoeira, in questo senso, offre una possibilità interessante. La roda ci mette davanti agli altri, ci obbliga a confrontarci, ad ascoltare la musica, a rispettare i tempi e a comprendere che il gioco non esiste senza l'altra persona. Possiamo essere tecnicamente preparati, forti e capaci, ma senza qualcuno con cui giocare la nostra abilità rimane incompleta.
La stessa logica può estendersi alla vita quotidiana: il nostro percorso individuale non perde valore quando contribuiamo alla crescita di qualcun altro. Al contrario, può acquistare una profondità che da soli non riusciremmo a raggiungere.
Questo non significa che la Capoeira renda automaticamente migliori o che ogni gruppo sportivo sia una comunità autentica. Anche qui possono esistere egoismi, manipolazioni e rapporti costruiti sull'interesse personale. La differenza non la fa il nome dell'attività, ma il modo in cui le persone scelgono di viverla.
La comunità non nasce perché si pratica lo stesso sport. Nasce quando si smette di considerare le altre persone soltanto come compagni di attività e si comincia a riconoscerle come parte di qualcosa di condiviso.
Forse, allora, chi osserva un gruppo di Capoeira da fuori dovrebbe sapere che non sta necessariamente guardando persone unite da un'ideologia, da un interesse nascosto o dalla necessità di appartenere a qualcosa a ogni costo. Potrebbe semplicemente trovarsi davanti a persone che, con tutti i loro difetti e le loro contraddizioni, stanno cercando di recuperare un modo di vivere insieme che il mondo moderno ha progressivamente messo in secondo piano.
Non è una famiglia perfetta. Non è un luogo in cui tutto funziona. Non è uno spazio in cui tutti sono obbligati a rimanere.
È un tentativo, talvolta difficile e imperfetto, di costruire relazioni nelle quali il rispetto, la disponibilità e il senso di responsabilità abbiano ancora un valore.
E forse è proprio questo a risultare così insolito.
Perché in un mondo in cui siamo sempre più abituati a frequentarci senza conoscerci, a comunicare senza ascoltarci e a collaborare soltanto finché conviene, incontrare persone che scelgono di esserci anche quando non hanno un vantaggio immediato può sembrare quasi un'anomalia.
Ma non tutto ciò che è raro è sbagliato. A volte è semplicemente qualcosa che abbiamo smesso di coltivare.
La comunità non è l'assenza di problemi, ma la volontà di non affrontarli sempre da soli. Non è l'obbligo di volersi bene, ma la scelta di partire dal rispetto. Non è rinunciare alla propria individualità, ma comprendere che la propria crescita non deve escludere quella degli altri.
E se qualcuno, guardando tutto questo, continuerà a pensare che sia strano, forse non sarà necessario convincerlo del contrario.
Sarà sufficiente continuare a vivere quei valori, senza pretendere che tutti li comprendano e senza trasformarli in un motivo per sentirsi migliori degli altri.
Perché una comunità autentica non ha bisogno di dimostrare continuamente di essere una comunità. Lo dimostra nel tempo, attraverso i gesti, la presenza, la capacità di attraversare le difficoltà e la disponibilità a esserci anche quando non c'è niente da guadagnare.
In fondo, non stiamo inventando nulla di nuovo.
Stiamo semplicemente cercando di non perdere del tutto ciò che ci ha sempre resi umani: la capacità di riconoscerci negli altri, di prenderci cura gli uni degli altri e di costruire qualcosa che abbia valore anche oltre il singolo individuo.
Forse la vera domanda, quindi, non è perché alcune persone abbiano ancora voglia di vivere come una comunità.
La vera domanda è: come abbiamo fatto ad arrivare al punto in cui una cosa così semplice è diventata così difficile da comprendere?
Cmg
 

 

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