C’è un momento, nel cammino di chi pratica uno sport con sincerità, in cui il corpo smette di essere un semplice strumento e diventa un compagno di viaggio.
Un compagno che talvolta protesta, si irrigidisce, duole.
È in quel momento che s
C’è un momento, nel cammino di chi pratica uno sport con sincerità, in cui il corpo smette di essere un semplice strumento e diventa un compagno di viaggio.
Un compagno che talvolta protesta, si irrigidisce, duole.
È in quel momento che si rivela la natura più profonda del legame tra la persona e la propria disciplina.
Nel corso degli anni, osservando atleti, amici e compagni di roda, emerge un disegno ricorrente: di fronte al dolore, anche lieve, molti scelgono l’arresto .
Non una pausa consapevole dettata da necessità medica, ma un ritiro quasi istintivo, come se ogni fastidio fosse un segnale di resa.
Eppure, chi vive davvero lo sport — e ancor più la capoeira — sa che il dolore non è sempre un nemico da evitare, ma spesso una "lingua da imparare a comprendere.*
E allora si vedono scene semplici, quasi invisibili, ma piene di significato: chi arriva lo stesso con un leggero mal di testa, chi sorride mentre scalda dei polsi doloranti, chi entra in sala con il ginocchio che non è perfetto, o con una spalla che chiede cautela.
Non per ostinazione cieca, ma per qualcosa di più profondo. Perché stare lì, in mezzo agli altri, diventa necessario. Diventa casa. Diventa ossigeno per se stessi!
Ed è proprio lì che si coglie una differenza sottile ma decisiva: c’è chi pratica quando tutto va bene, e chi invece non riesce a farne a meno.
Non è solo passione, è una forma di appartenenza.
È quel richiamo che, anche nei giorni storti, ti porta comunque dentro la roda, magari cambiando ritmo, adattando il movimento, ma restando presente.
Non si tratta di negare il valore della cura o dell’ascolto del corpo.
Anzi, è proprio chi resta nel cammino che impara a *distinguere tra il dolore che protegge e quello che limita solo nella mente."
Senza questa distinzione, ogni piccolo ostacolo diventa un confine invalicabile, un imprevisto, una paura che non ti fa uscire di casa!
La capoeira, più di molte altre pratiche, non è soltanto movimento. È relazione, presenza, comunità viva.
Dopo un certo tempo, si comprende che essere capoeirista non coincide con l’eseguire , ma con l’essere parte di qualcosa che continua anche quando il corpo non è al massimo della sua forma.
Restare, anche "imperfetti", è già pratica.
E col passare degli anni, un’altra verità si affaccia con naturalezza: il corpo cambia. La forza, la velocità, la resistenza — tutto si trasforma.
Forse diminuisce, forse si modifica. È umano, è naturale.
E proprio per questo, ogni occasione vissuta oggi acquista ancora più valore. Perché si sa, in fondo, che non sarà sempre così.
Ma è proprio attraversando queste piccole difficoltà — un dolore leggero, una giornata no, una fatica in più — che una persona si forgia.
È lì che si costruisce la capacità di affrontare prove più grandi, dentro e fuori dalla roda. Chi impara a restare quando è scomodo, sarà pronto anche quando la vita chiederà di più.
E da qui nasce anche un messaggio chiaro per i più giovani, per chi si avvicina ora a questa disciplina: date tutto quello che avete. Non risparmiatevi. Abbiate anche quella dose di incoscienza che appartiene all’età, quella spinta a provarci sempre, a cadere e rialzarsi senza troppe paure.
Perché i rimpianti, con il tempo, cambiano forma — e sarebbe un peccato portarli proprio lì, dove oggi si potrebbe vivere pienamente.
La consapevolezza di cui si parla tanto non nasce dal pensiero, né dalle parole. Non si costruisce immaginando o osservando soltanto. La consapevolezza vera nasce dall’aver attraversato, dall’aver combattuto e, in qualche modo, vinto. È figlia della pratica, dell’esperienza diretta, del tempo speso dentro la roda, non fuori a guardarla, oppure a casa con un leggero dolore non invalidante!
E così, nel tempo, si crea una selezione silenziosa. Non fatta di talento o di capacità fisica, ma di perseveranza. “Pochi rimangono”, si dice spesso, e non è una frase di esclusione, ma una constatazione naturale: restano coloro che attraversano.
Attraversano i dolori, le stanchezze, i momenti di dubbio. E nel farlo, costruiscono qualcosa di invisibile ma potentissimo: una stima reciproca che non ha bisogno di parole.
Quando poi questi percorsi si incontrano, anche a migliaia di chilometri di distanza, tra capoeiristi di lunga esperienza, accade qualcosa di sottile ma profondo.
Le storie si riconoscono. Le difficoltà vissute diventano un linguaggio comune.
Non serve spiegare troppo: si percepisce che si è combattuta la stessa battaglia.
Chi invece si ferma davanti a ogni dolore non sta sbagliando: sta semplicemente vivendo un altro tipo di rapporto con la pratica.
Un’altra intensità, un altro modo di esserci.
Non c’è giudizio, ma c’è una differenza.
Perché alla fine, ciò che distingue davvero non è la forza, né la tecnica, né il numero di anni. È quella necessità silenziosa e costante: non riuscire a farne a meno.
Ed è lì, in quel compasso dato quel giorno che molti non hanno dato —che si realizza La capoeira.
CMG
Há um momento, no caminho de quem pratica um esporte com sinceridade, em que o corpo deixa de ser apenas um instrumento e se torna um companheiro de viagem.
Um companheiro que, às vezes, protesta, se enrijece, dói.
É nesse momento que se revela a natureza mais profunda do vínculo entre a pessoa e a sua disciplina.
Ao longo dos anos, observando atletas, amigos e companheiros de roda, surge um padrão recorrente: diante da dor, mesmo leve, muitos escolhem parar.
Não uma pausa consciente ditada por necessidade médica, mas uma retirada quase instintiva, como se qualquer incômodo fosse um sinal de desistência.
E, no entanto, quem vive de verdade o esporte — e ainda mais a capoeira — sabe que a dor nem sempre é um inimigo a ser evitado, mas muitas vezes uma língua a ser aprendida e compreendida.
E então se veem cenas simples, quase invisíveis, mas cheias de significado: quem chega mesmo com uma leve dor de cabeça, quem sorri enquanto aquece punhos doloridos, quem entra na sala com o joelho não perfeito ou com o ombro pedindo cuidado.
Não por teimosia cega, mas por algo mais profundo. Porque estar ali, no meio dos outros, torna-se necessário. Torna-se casa. Torna-se oxigênio para si mesmo.
É justamente aí que se percebe uma diferença sutil, mas decisiva: há quem pratique quando tudo vai bem, e há quem simplesmente não consegue ficar sem.
Não é apenas paixão, é uma forma de pertencimento.
É esse chamado que, mesmo nos dias difíceis, te leva para dentro da roda — talvez mudando o ritmo, adaptando o movimento, mas permanecendo presente.
Não se trata de negar o valor do cuidado ou da escuta do corpo.
Pelo contrário, é justamente quem permanece no caminho que aprende a distinguir entre a dor que protege e aquela que limita apenas na mente.
Sem essa distinção, qualquer pequeno obstáculo se torna uma barreira intransponível, um imprevisto, um medo que te impede até de sair de casa.
A capoeira, mais do que muitas outras práticas, não é apenas movimento. É relação, presença, comunidade viva.
Depois de um certo tempo, entende-se que ser capoeirista não é apenas executar, mas fazer parte de algo que continua mesmo quando o corpo não está na sua melhor forma.
Permanecer, mesmo “imperfeito”, já é prática.
E com o passar dos anos, outra verdade surge naturalmente: o corpo muda. A força, a velocidade, a resistência — tudo se transforma.
Talvez diminua, talvez apenas se modifique. É humano, é natural.
E justamente por isso, cada oportunidade vivida hoje ganha ainda mais valor. Porque, no fundo, sabemos que nem sempre será assim.
Mas é justamente atravessando essas pequenas dificuldades — uma dor leve, um dia ruim, um cansaço a mais — que uma pessoa se forja.
É ali que se constrói a capacidade de enfrentar desafios maiores, dentro e fora da roda. Quem aprende a permanecer quando é desconfortável, estará pronto quando a vida exigir mais.
E daqui nasce também uma mensagem clara para os mais jovens, para quem está começando agora: deem tudo o que têm. Não se poupem.
Tenham também essa dose de “inconsciência” própria da idade, essa coragem de tentar sempre, de cair e levantar sem medo excessivo.
Porque os arrependimentos, com o tempo, mudam de forma — e seria uma pena carregá-los justamente onde hoje se poderia viver plenamente.
A consciência de que tanto se fala não nasce do pensamento, nem das palavras.
Ela não se constrói imaginando ou apenas observando.
A verdadeira consciência nasce de atravessar, de lutar e, de alguma forma, vencer.
É filha da prática, da experiência direta, do tempo vivido dentro da roda — e não fora dela, ou em casa por causa de uma dor leve que não incapacita.
E assim, com o tempo, cria-se uma seleção silenciosa. Não feita de talento ou capacidade física, mas de perseverança.
“Poucos ficam”, costuma-se dizer — e não é uma exclusão, mas uma constatação natural: ficam aqueles que atravessam.
Atravessam dores, cansaços, momentos de dúvida. E, ao fazê-lo, constroem algo invisível, mas poderosíssimo: um respeito mútuo que não precisa de palavras.
E quando esses caminhos se encontram, mesmo a milhares de quilômetros de distância, entre capoeiristas experientes, algo sutil e profundo acontece.
As histórias se reconhecem. As dificuldades vividas tornam-se uma linguagem comum.
Não é preciso explicar muito: sente-se que a mesma batalha foi travada.
Quem, por outro lado, para diante de qualquer dor, não está errado — está apenas vivendo outro tipo de relação com a prática.
Outra intensidade, outra forma de estar presente.
Não há julgamento, mas há uma diferença.
Porque, no fim, o que realmente distingue não é a força, nem a técnica, nem os anos de prática.
É essa necessidade silenciosa e constante: não conseguir ficar sem.
E é ali, naquele compasso dado naquele dia em que muitos não deram, que a capoeira se realiza.
Cmg
Aggiungi commento
Commenti